5+1AA Agenzia di Architettura Alfonso Femia Gianluca Peluffo

Alfonso Femia (1966) e Gianluca Peluffo (1966) sono soci fondatori dello studio 5+1 a Genova nel 1995: tra il 1998 e il 2005 realizzano il Centro visite e Antiquarium del Foro di Aquileia (UD), il Campus Universitario nell’ex-caserma Bligny di Savona, le direzioni del Ministero degli Interni nell’ex-caserma Ferdinando di Savoia di Roma.
Nel 2003, per l’attività di ricerca, sono stati insigniti del Titolo di Benemerito della Scuola della Cultura e dell’Arte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Nel 2005 creano 5+1AA Agenzia di Architettura e vincono, con Rudy Ricciotti, il concorso internazionale per il Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia (in costruzione).

Nel 2006 Simonetta Cenci diventa partner di 5+1AA. Lo stesso anno, aprono un Atelier a Milano, dedicato allo studio e alla sperimentazione sulla città contemporanea.

Nel 2007, con la collaborazione di Nicola Spinetto, aprono un’Agence a Parigi e sviluppano il Master Plan per l’Expo 2015 di Milano.

Nel 2008 vincono il concorso internazionale per le nuove strutture direzionali per Sviluppo Sistema Fiera a Milano (in fase conclusiva), e sono invitati in diversi concorsi in Francia tra cui a Parigi, con Moatti&Riviere, per un intervento urbano nell’area Masséna Bruneseau.

Nel 2009 pubblicano l’opera “Cosa c’è in frigo?” (edizioni AAM/SilvanaEditoriale/Ante Prima), sulla riqualificazione dei Frigoriferi Milanesi e del Palazzo del Ghiaccio e al loro lavoro è dedicato il primo numero della rivista “Monograph.it” (edizioni List). Vincono i concorsi per le riqualificazioni dei Docks di Marsiglia, delle Officine Grandi Riparazioni Ferroviarie di Torino, del castello degli Orsini di Rivalta di Torino.
Sono finalisti nei principali concorsi internazionali e attualmente invitati in programmi pubblici e privati in Francia, Belgio e Spagna.

Nel 2010 ricevono una Menzione d’onore al concorso Internazionale per la progettazione del nuovo Miami Civic Center di Miami (Florida), sono vincitori dei concorsi per il nuovo Ospedale di Sestri Levante (Ge) e per la Piazza del Mercato e la Ludoteca di Andria (Ba).

Sono pubblicati nelle principali riviste e tengono conferenze e partecipano a seminari sulla città contemporanea nelle principali capitali ed università europee.

Alfonso Femia è Professore alla KSU di Firenze e Professore a Contratto di Progettazione Architettonica nella Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara.
Gianluca Peluffo è Ricercatore presso la Facoltà di Architettura di Genova.

www.5piu1aa.com

 

Rosso al Centro
di Antida Gazzola

Milano in varie tonalità di grigio. Non c’è nebbia, ma le nuvole sono così basse da sembrare impigliate nelle guglie del Duomo. Media periferia, con tracce di lontane attività industriali, strade popolate di villotte fine ottocento, viali segnati da edifici dignitosamente piccolo borghesi degli anni ’50. E’ un tessuto urbano discontinuo, che infastidisce quanti non amano questa città, e commuove gli altri, perché vi si legge la storia di abitanti operosi, discreti e tenaci, capaci di adattarsi agli eventi, di investire, di costruire e di ricostruire.
In via Piranesi, dopo alcuni anni di lavori, c’è qualcosa di nuovo, un insieme di edifici nati simbolicamente dal freddo: il palazzo del ghiaccio – che ha conservato la sua funzione ludica di patinoire, cui si sono aggiunte nuove funzioni espositive e commerciali – e i cosiddetti “frigoriferi”, l’antica “fabbrica del ghiaccio” divenuta oggi un insieme di caveau per conservare beni preziosi in condizioni climatiche e di sicurezza ottimali. Il Palazzo del Ghiaccio, aperto alle più varie funzioni sociali è diventato di un bianco pressoché totale, dentro e fuori, soffice, aereo e deliziosamente fin-de-siècle. I caveau, che nascondono segreti gelosamente custoditi, esibiscono una lunga facciata in grandi scaglie di vetro in varie tonalità di rosso. Sullo sfondo, un grande edificio grigio piombo con aeree arcate superiori vetrate e incorniciate di bianco ospita uffici. L’insieme si presenta molto coeso, grazie anche a piccoli edifici che collegano le varie parti e riprendono spunti di colori e forme, mischiandole quel tanto da suggerire un’immagine unitaria. Non c’è dubbio che si tratti di qualcosa di nuovo e discontinuo rispetto agli edifici che stanno intorno. Si sa che ha provocato commenti positivi e negativi, accettazione e rifiuto come qualunque novità, soprattutto in un quartiere dove il numero di persone anziane è significativo. Scambio qualche parola per strada con un signore di una certa età che sta portando il cane a passeggio: è lievemente perplesso, ma fiero dei frigoriferi in sé, del loro passato e dell’interesse che suscita la loro nuova apparenza. La vista dei prospetti affacciati su via Piranesi offre lo spettacolo di colori e forme che attirano lo sguardo e producono percezioni e sensazioni nuove e, inevitabilmente, soggettive e incomplete. Solo chi ha la possibilità di entrare negli spazi interni può scoprire la grande cavità bianca, materna e onirica del Palazzo del Ghiaccio o la trasparenza degli open space in cui sono collocati gli uffici, suddivisi da paratie a tutta altezza, trasparenti, con una lieve sfumatura azzurro-verde che fa pensare al pack. Da questa dimensione acquea, all’ultimo piano si accede a due terrazze da cui si coglie la città, in basso, intorno, fino all’orizzonte su cui si profila il Duomo. Sembra di essere su una nave da crociera che, in un elegante paradosso, contenga acqua all’interno e punti la prua in un solido mare di edifici.
Per arrivare fin lassù si passa per una “gola” che ospita gli ascensori, anch’essi trasparenti. La cavità è lattea, ampia, vagamente conica, ma irregolare, con qualcosa che evoca la fisica umana, un accenno di sensualità ben governata. Anche i caveau sono, ovviamente, un insieme di vuoti destinati ad essere riempiti, ma sono tutt’altro genere di cavità, luoghi compressi, massicci, difesi, schiacciati a terra dal peso fisico e metaforico delle ricchezze che ospitano.
Quanti dei segni percepibili da qualunque osservatore esterno rimandano a ciò che vive nascosto all’interno? Un varco è evidente: il caffè al piano terreno dell’edificio in rosso, vetrato sui due lati, esterno e interno, permette di cogliere qualcosa della parte interna. Quando guardiamo una persona, cerchiamo di afferrarne l’essenza attraverso lo sguardo, le mani, le posture. Solo alcuni specialisti come lo psicologo, l’endocrinologo o l’ortopedico possono cogliere immediatamente i segni di armonie o disordini interni. Gli altri devono attendere i segnali che si accumuleranno nel tempo e in qualche caso non arriveranno mai a farsi un’opinione chiara e definitiva. Peraltro le persone più interessanti sono spesso quelle più difficili da catalogare. Lo stesso può valere per i luoghi.
In questo caso gli indizi sono molti, ma farli emergere richiederebbe tempi e metodi che non applicherò in questa circostanza.
Alla mia “esperta di vita quotidiana” proporrò di parlarmi della sua vita in quello specifico luogo, tenendo sotto traccia, senza palesarle
esplicitamente, alcune opposizioni dialettiche che mi paiono fondamentali: l’idea dei vuoti e dei pieni, dell’omogeneità e della diversità, dell’occultamento e della trasparenza, del rigore e dell’effimero, del nuovo e dell’antico, del centrale e del periferico.
Sulla scena dell’analisi sociologica ci sono, ancora una volta1, tre personaggi: il ricercatore (un sociologo urbano di lungo corso), l’esperto di vita quotidiana (una signora di cuore giovane e di età sufficiente per poter descrivere alcuni decenni passati), il progettista2 (assente fisicamente, ma intensamente presente nelle opere che si intravedono al di là della finestra del salotto in cui si svolge l’intervista). Sullo sfondo macchine fotografiche e da ripresa.
La mia cortese interlocutrice vive in questo stesso appartamento, in un edificio dei primi anni ’50, dal giorno del suo matrimonio, nel 1957. La finestra del suo salotto si affaccia giusto al centro della facciata dei “frigoriferi”, ma basta spostarsi leggermente per vedere perfettamente tutti gli edifici contigui che sono stati lo sfondo esterno della sua vita domestica di sposa felice, di madre, di casalinga soddisfatta, amante della casa, del cucito, della lettura. A mano a mano che il tempo passava, gli impegni e gli svaghi fuori casa si riducevano e il contatto con l’esterno attraverso la vista sulla strada diventava più importante. Un primo cambiamento – negativo – era stato il taglio delle belle e robuste robinie, alte oltre il terzo piano delle casa, sacrificate a causa di una loro malattia incurabile e sostituite da piccoli platani stentatamente in crescita. A quel punto la facciata grigia dei “frigoriferi” si imponeva tristemente allo sguardo. Otto anni fa, l’inizio dei lavori di recupero suscita speranze di miglioramento che la spingono ad accettare pazientemente i fastidi connessi. La lunga attesa, almeno per lei, è premiata dal risultato: quella parete in varie sfumature di rosso (che è il suo colore preferito) le mette allegria, le tiene compagnia ora che è rimasta vedova del marito amatissimo e che due dei tre figli sono lontani. Se dovessero essere piantati altri alberi, più alti, ora le dispiacerebbe perché le nasconderebbero la facciata. Nuovi utilizzi animano gli edifici, le persone entrano ed escono. Le luci, al tramonto, si accendono ed evocano vite, lavoro, attività, al di là della strada. È una forma singolare di socializzazione non finalizzata. Le vetrine trasparenti del caffè le permettono di vedere l’interno, le persone che lo frequentano. Quando il fuoco è acceso (“anche se è finto, lo so”) nel grande camino che occupa quasi interamente una parete, se ne rallegra (“mi pare di potermi scaldare le mani”). La bianca cupola del palazzo del ghiaccio le ricorda i bei momenti passati all’interno con i figli piccoli. Le arcate bianche (“ma io forse le avrei fatte rosse, sarebbero state bene”) dell’edificio che emerge dietro quello dei “frigoriferi” le piacciono per la loro trasparenza. Non è mai entrata all’interno e io non posso evitare di pensare che dal fuori ha colto uno dei punti cardine: in altre parole, continuando la similitudine antropomorfica, le è bastato guardare negli occhi gli immobili che ha di fronte per intuirne l’essenza profonda.
Le propongo un gioco di associazioni: se fosse un animale, che cosa sarebbe il complesso di edifici? Non ha esitazioni: “un elefante”. E se fosse una musica? “Un’opera lirica”. Se fosse un libro, un film? Questa volta c’è una lieve esitazione: “forse un lavoro di fantasia”. Credo di poter interpretare la risposta nel senso di “un romanzo” e non, ad esempio, un saggio. L’elefante evoca la grandezza, l’intelligenza, un certo esotismo, una tenace memoria, un forte contatto con la terra. Eppure si lega bene anche all’opera lirica, all’idea di qualcosa di scenico, di aulico e complesso, di sorprendente e romantico. Il libro o film “di fantasia”, se ho ben capito, richiamano narrazioni che coinvolgono e portano lontano. L’architettura come spettacolo, come scena di incanti.
Riprendo il filo della storia esistenziale e del rapporto con la città. All’arrivo dell’intervistata in questa zona, l’edificato era ancora rado ed era ben chiaro che si trattava di una zona di periferia, piuttosto ben abitata e ben fornita di servizi e di negozi che poi sono piano piano scomparsi (“mi manca tanto una buona merceria e anche una bella cartolibreria”). Ora il tessuto urbano è più denso, la periferia è diventata una media-periferia, ma sempre periferia è. Le chiedo se, secondo lei, gli edifici recuperati sono un’immagine del centro o della periferia. Mi risponde “del centro”, con sicurezza, come se le avessi chiesto un’ovvietà.
La bellezza e l’innovazione non possono che essere simbolo e luogo della centralità.
Un cuore rosso non può che essere al centro.

1. Per quanto riguarda la metodologia di indagine si veda Gazzola A., Puccetti C. (1999), “Metaferia. Dialogo sulla città”, L’Harmattan Italia, Torino
2. 5+1AA Agenzia di Architettura Alfonso Femia Gianluca Peluffo srl

 

 

5+1AA reincarna i Frigoriferi Milanesi
Paul Ardenne

Metamorfosi, rinascita Vitale, poesia
Una giovane donna elegante: prende un appendiabiti dove è sistemata una pelliccia. Un padre con suo figlio: insieme vanno a vedere un’esposizione di moto. Non lontano un gruppo di operai solleva un mobile sotto lo sguardo ansioso di un sorvegliante – un pezzo del Rinascimento, che viene scaricato da un camion targato Firenze. Una coppia di pensionati frettolosi accelera senza osservare la scena. I due vengono per un deposito: a un uomo che sembra familiare con il luogo chiedono la direzione per il settore delle casseforti. In un bar luminoso con facciate di vetro, due giovani scherzano rumorosamente, muovendosi sotto a un soffitto dal quale splendono luci dalle forme inanellate. Qualche metro più su, in un laboratorio, un tecnico assorbito dal suo lavoro scruta la superficie di un dipinto di Giovanni Bellini, con gli occhi fissi sul binocolo di un microscopio elettronico. Ancora più in alto, alcuni uomini d’affari asiatici e un aborigeno venuto dall’Australia osservano da una terrazza, con aria meditabonda, il panorama di Milano. Il tutto succede nello stesso momento, e nel medesimo luogo.
Delle azioni differenti, senza nesso apparente che non sia la comunione di spazio e tempo – effetto di questa sincronia di vita che affascina, da un secolo, scrittori e pittori, da Paul Claudel a John Dos Passos e Max Beckmann? Sì, anche se è necessario precisare. Tutte queste presenze eterogenee hanno un comune denominatore imprevisto, che consente la loro prossimità inaspettata – nello specifico, lo spazio edificato dei Frigoriferi Milanesi. Uno spazio creato un secolo fa e fatto oggetto, tra il 2002 e il 2007, di una radicale ristrutturazione, supervisionata dallo studio di architettura genovese 5+1AA Alfonso Femia Gianluca Peluffo. Le loro scelte compiute per i Frigoriferi hanno un doppio imperativo, funzionale ma anche sociale. Da una parte, rendere possibile la coesistenza armoniosa delle diverse attività (deposito, conservazione, restauro di oggetti preziosi, esposizioni e spettacoli) che lo spazio dei Frigoriferi alterna in maniera serrata. D’altra parte, approfittare della rigenerazione per fare di questo posto una zona di socialità locale. Cittadini, uomini d’arte, clienti o semplici visitatori possono venire ai nuovi Frigoriferi Milanesi per ragioni molteplici, e avere degli incontri inattesi. Per 5+1AA costruire o, come in questo caso, ricostruire, non basta. Occorre un valore aggiunto all’architettura funzionale. Nel caso specifico dei nuovi Frigoriferi Milanesi, è un elemento poetico quanto politico. Niente meno che offrire alla metropoli lombarda un edificio che sia un segnale contestualizzato e originale, ad un tempo funzionale, estetico, relazionale.

Due edifici in uno
Punto di partenza, il sito storico dei Frigoriferi Milanesi.
1899, un pesante edificio utilitaristico in pietra e mattoni spunta da terra, in forma di parallelepipedo, al limite geografico della città di Milano di quel tempo. Impostazione solida, muri spessi, aperture a forma di feritoia, con un’altezza di quattro piani e una sobrietà di buon gusto, i Magazzini Refrigeranti e Ghiaccio Gondrand Mangili di via Piranesi non hanno semplicemente un aspetto fiero. Con una allusione diretta, esprimono l’audacia economica di Milano, città di banche, dell’artigianato tessile di qualità e dell’armeria nel momento in cui la Rivoluzione Industriale italiana si agita lungo il Po, in Liguria, a Torino e Bologna. Questo pionieristico deposito refrigerato all’epoca è uno dei più grandi in Europa, simbolo dello spirito imprenditoriale lombardo.
1923, la seconda tappa. Alla struttura utilizzata come deposito viene aggiunto, affiancando la sua parte est, il Palazzo del Ghiaccio. Questo elegante edificio di forma circolare diventerà la pista di pattinaggio di Milano. Verrà visto un altro simbolo nella sua edificazione, all’epoca del Dopolavoro realizzato dallo Stato fascista: quello del tempo libero. Concepita dagli ingegneri Sandro Carnelli, Carlo Banfi e Ettore Redaelli, questa costruzione in forma ovale dalle fondamenta in cemento armato, riprende l’archetipo del circo classico dotato di pista centrale delimitata da tribune circostanti. La sua copertura in legno leggero appoggiata su sottili putrelle metalliche si ispira all’architettura dei capannoni e dei locali tecnici tipici agli albori della Rivoluzione Industriale, segno di una tensione palpabile tra ingegneri e architetti. La pista di pattinaggio del Palazzo del Ghiaccio, a lungo una delle più importanti d’Italia e d’Europa, fin dalla sua apertura funziona come polo attrattivo, al punto da rendere ai milanesi familiare via Piranesi, allora decentrata. Le folle si accalcano. Qui trovano una pista di pattinaggio larga e ben presto vi ammireranno le prodezze del pattinatore Alberto Bonacossa, prima di quelle dei Diavoli Rossoneri, una delle migliori squadre del campionato nazionale di hockey su ghiaccio.
La decisione di aggiungere al deposito refrigerato già esistente il Palazzo del Ghiaccio fu, all’epoca, un’operazione visionaria. Si fabbrica del freddo? Perché allora non approfittare di questa attività, che permette lo stoccaggio di prodotti alimentari, con un altro scopo, anche diverso dalla originaria vocazione dell’attività? Il sorprendente ibrido architettonico del tandem monumentale Frigoriferi Milanesi – Palazzo del Ghiaccio è il risultato di una concezione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca, quella della costruzione di uno spazio polifunzionale – una formula, va ricordato, in quel periodo duramente contestata. Il modernismo in voga negli anni 1920-1950 ama soprattutto gli edifici dedicati, indirizzati a un’unica funzione: l’alloggio, l’attività artigianale, industriale o commerciale, l’amministrazione, lo studio, senza miscugli di competenze né confusioni topografiche. Questo fervore per il monotipo proviene da una militanza favorevole allo “zoning”, che viene valorizzato all’epoca dai Congressi Internazionali d’Architettura Moderna (C.I.A.M.). Credo della razionalizzazione spaziale: a ogni attività deve corrispondere una costruzione specifica, insediata in una zona contrassegnata. In virtù di questo dogma, le zone residenziali, quelle destinate al lavoro, al consumo, alla conservazione e allo scambio, separate e distinte le une dalle altre, non si sovrappongono mai. L’intercontestualità, di fatto, è bandita – questa intercontestualità di cui il complesso Frigoriferi Milanesi – Palazzo del Ghiaccio appare al contrario una esempio eloquente, se non un manifesto.

Una storia evolutiva
Frigoriferi Milanesi, Palazzo del Ghiaccio – una stessa area, due architetture mantenute comunque scollegate nel corso di decenni.
Le due costruzioni, tra il 1923 e il 1999, data nella quale se ne è decisa la ristrutturazione, coesistono senza comunicare. Le funzioni del primo, i Frigoriferi Milanesi, si piegano alle necessità d’adattamento che esige l’evoluzione economica: da principio la conservazione alimentare, poi il deposito di pellicce destinate all’industria dell’abbigliamento, per arrivare infine all’inserimento di attività di servizio destinate alla conservazione o alla ristrutturazione di beni privati o di natura artistica. Quanto al secondo edificio, il Palazzo del Ghiaccio, conserva in maniera continuativa una destinazione ludica, che continua malgrado il graduale abbandono dell’attività di pattinaggio, ben presto sostituito, e con una certa frequenza, da manifestazioni sportive, proiezioni cinematografiche, concerti e sfilate di moda. La divisione strutturale di questo spazio costruito in due blocchi distinti, oltre alla doppia funzione storica, sembrano voler condannare i Frigoriferi a una separazione definitiva. Sdoppiamento anche visivo: i Frigoriferi Milanesi e il Palazzo del Ghiaccio non si somigliano affatto. Sdoppiamento funzionale: una tendenza dissociativa, le loro differenti attività agiscono a priori a favore di una differenziazione.
L’attuale spazio chiamato Frigoriferi Milanesi – il Palazzo dei Frigoriferi e il Palazzo del Ghiaccio – è gestito dalla società Open Care, del Gruppo Cabassi, conosciuto a Milano per le importanti operazioni immobiliari e di sviluppo. Un’attività che propone diversi servizi riguardanti “la riconversione, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio artistico”. Open Care amministra entrambe le strutture e le loro mansioni. Alla fine degli anni Novanta, mentre la società si realizza, i responsabili propongono a 5+1AA un rimaneggiamento dell’intero sito, Frigoriferi Milanesi più Palazzo del Ghiaccio. Una vera sfida, tanto le modifiche registrate dall’inizio del XX secolo (riguardanti in particolare l’edificio dei Frigoriferi) complicano il progetto e l’organizzazione degli spazi. Tra gli anni 1900 e 1970, le attività svolte in questi spazi hanno iniziato a diversificarsi: la produzione di ghiaccio prima, poi la conservazione allargata: alimentare all’inizio (dopo la Seconda Guerra Mondiale qui si trova il più importante deposito di uova di tutta la penisola), stoccaggio e manutenzione di pellicce per il settore tessile in un secondo tempo. Queste peculiarità hanno comportato delle modifiche sostanziali nella disposizione interna, che rendono improbabile una sintesi compiuta.
Il padre, Giuseppe Cabassi, acquisì i Frigoriferi negli anni Settanta. La sua fobia per lo spazio vuoto è leggendaria: il vuoto, secondo questo imprenditore radicale, non esiste che per essere riempito, utilizzato, fatto fruttare. Non appena divenuto proprietario degli spazi, Cabassi padre aggiunse, alla struttura esistente, il suo tocco personale. Nello spazio sotterraneo delle fondamenta dei Frigoriferi e del Palazzo del Ghiaccio, fa installare delle casseforti, e crea un’area per depositi in sicurezza a disposizione di banche e privati. Raccogliendo il testimone dal padre dopo la sua prematura scomparsa, i fratelli Cabassi intendono anch’essi accrescere la funzionalità del sito. Pur continuando a occuparsi delle precedenti attività, ne aggiungono tuttavia numerose nuove. Una parte dello spazio è trasformato in magazzino per opere d’arte e mobili di valore. Sotto la loro guida, le diverse prestazioni di servizi altamente specializzati – organizzazione di trasporti d’opere d’arte ma anche restauro di mobili, tappeti e dipinti – ampliano presto la loro attività di mero deposito. L’abbandono graduale della filiera del freddo ha implicato, alla fine, il cambiamento del Palazzo del Ghiaccio, che è diventato sede per esposizioni e spazio dedicato a eventi e manifestazioni musicali o festival, funzioni che implicano a loro volta una gestione specifica e rinnovata.

Nella Milano di ieri, di oggi, di domani
Quando formulano il progetto di una ristrutturazione totale dei due edifici, Frigoriferi Milanesi e Palazzo del Ghiaccio, il desiderio dei Cabassi, committenti dell’operazione, è assolutamente chiaro, economicamente e simbolicamente parlando. Avere più spazio, come prima cosa, e se possibile con costi inferiori. Rendere luminose e trasparenti e modernizzare tutte le zone di lavoro. Soprattutto mettere in ordine, unificare e rendere coerenti tra loro le molteplici attività esercitate qui, raggruppandole nonostante la loro natura eterogenea. Quello che ci si aspetta dalla ristrutturazione architettonica, in questo senso, è decisivo. L’edificio rifondato – e, insieme, la sua architettura – deve esprimere in maniera leggibile l’identità e le attività della nuova impresa.
Appena messi a confronto con la richiesta di Open Care, Alfonso Femia e Gianluca Peluffo hanno un’intuizione: la ristrutturazione dei Frigoriferi è qualcosa di più che una semplice rimessa a nuovo. È una sfida contestuale, l’occasione insperata di produrre un “effetto quartiere” per mezzo di un edificio rinnovato. 5+1AA, studio fondato nel 1995 (e che quindi non è alle prese con la sua prima ristrutturazione), agisce l’architettura come “un dispositivo che serva a rivelare lo spazio e i suoi significati”, secondo le parole di Femia e Peluffo. Qualunque posto, ogni località, ogni palazzo ha un vissuto, si inscrive nella storia, nella cronaca del tempo. Niente esiste di per sé e fuori dal tempo, tutto si lega, l’autonomia è una favola. L’“esistente”, per pensare a questa storia, si rivela determinante. Ma cosa si intende qui con “esistente”? La costruzione da recuperare e i suoi dintorni, vicini e lontani. Ma anche le realtà, a volte problematiche, che rivelano l’appartenenza di un edificio al suo contesto. Dov’è situato l’immobile su cui l’architetto andrà a intervenire? In quale quartiere della città? A che epoca appartiene, come si è evoluto? Che cosa ci insegna della città stessa, dei suoi sviluppi, delle sue tensioni, delle sue fatiche? L’importanza decisiva del contesto. Ogni fabbricato è materia di un doppio segnale – oggetto funzionale e indizio d’altro.
Presa senza esitazioni, la prima decisione dei 5+1AA è di conservare la doppia costruzione dei Frigoriferi. Non si parla di distruggere: i Frigoriferi Milanesi e il Palazzo del Ghiaccio sono stati concepiti e costruiti in maniera eccellente. Al massimo si tratta di riadattarli alle attività diversificate, ad alcune particolarmente sofisticate e a quelle di natura terziaria, installate recentemente tra questi muri. Facendo attenzione, tuttavia, a come tutta l’operazione di recupero debba avere un’anima particolare, in accordo con lo spirito originale dell’edificio di cui ci si occupa.
Per breve che sia (un secolo), la storia del complesso formato dai Frigoriferi Milanesi e del Palazzo del Ghiaccio non è meno ricca e violenta a un tempo. Una storia ricca: il luogo esprime il fervore milanese a cavallo del XX secolo, quando si sviluppa la seconda Rivoluzione Industriale, quella dell’elettricità, e la capitale lombarda parte alla conquista del suo hinterland agricolo, presto divorato in favore delle stimolanti attività industriali – tessili ma anche chimiche, come di costruzione meccanica e automobilistica (Alfa-Romeo). Una storia violenta: il quartiere di via Piranesi, appena un secolo dopo questo decollo glorioso, si è declassato. Un tempo animato, ora sembra addormentato, avvolto in un’atmosfera di inerzia, rinunciataria. La disindustrializzazione iniziata alla fine degli anni Settanta, qualche strada più in là, graffia senza riguardo il paesaggio, inscrivendo una disperazione lancinante: è cupo, debole, sfatto. Il terreno industriale abbandonato, terra di nessuno percorsa da binari incustoditi ricoperti d’erbaccia, depositi residuali di cui si percepisce la prossima demolizione parlano della fine di un mondo e di un’epoca, oltre che della necessaria riconversione di questa periferia dell’est milanese. Luoghi spettrali. A confronto l’area della Fiera di Milano e quella di Assago, in pieno sviluppo, sono la prova di tutt’altro magnetismo economico e di una vitalità differente. Quanto al brillante futuro prossimo di Milano, che vede arrivare l’Esposizione Universale nel 2015, dà di che rammaricarsi per quanto poco venga presa in considerazione via Piranesi. L’evento di portata mondiale che la città degli Sforza si prepara a accogliere farà brillare le sue luci a Rozzano, lontano dalla zona dei vecchi Frigoriferi – una periferia di Milano, questa, prescelta e non rifiutata.
Per i 5+1AA, restaurare i Frigoriferi Milanesi e il Palazzo del Ghiaccio è questione di rianimazione e di polarizzazione. Rianimazione? Rinnovato per se stesso, il complesso dovrà essere recuperato anche con la funzione di animare la zona circostante. Polarizzazione? Posto su una delle soglie della città, lo spazio dei Frigoriferi deve tornare a essere in questo punto un segnale di raccordo visivo, percettibile e simbolico – in particolare quando si arriva da Linate, l’aeroporto più vicino a Milano, e quando si entra costeggiando il centro da via Corsica, vasta strada d’accesso al cuore assoluto della città. Se si pensa in maniera astratta alle nuove periferie di cui si è appena parlato (Milano Fiera, Assago, Rozzano, arricchite da architetture di tendenza siglate da nomi prestigiosi), la parte storica della città di Milano ha solo pochi edifici “firmati”: la cattedrale, il Pirellone, la Torre Velasca – eredità, rispettivamente, dell’età classica, dello stile internazionale, dello slancio neomodernista. L’ambizione dei nuovi Frigoriferi nella versione dei 5+1AA è di essere alla periferia della città un segno complementare. Capiamoci: un segno saggiamente posizionato in cesura con il passato, che incarna l’ipercentro e la nuova economia del futuro, che simboleggi in modo chiaro e forte l’attuale sviluppo energico di tutte le periferie di Milano.

L’architettura salva la vita
Milano, una delle città più industrializzate al mondo, come attesta il suo PIL (241,2 miliardi di euro nel 2007). Un’area metropolitana forte di oltre sette milioni di abitanti, la 28a potenza mondiale se venisse eletta come Stato indipendente. Crocevia europeo dell’economia ma anche della cultura, della moda e dello sport. Ma queste non sono frasi retoriche.
La tradizione di attivismo milanese risale a tempi immemorabili, come lo sono il suo dinamismo demografico, il suo cosmopolitismo, la sua capacità di superare le vicissitudini della storia, dalle relazioni conflittuali con il Sacro Impero e con la Francia, le sommosse anti-austriache del 18 marzo 1848, il periodo fascista, il miracolo italiano degli anni Cinquanta e le recenti spinte autonomiste della Lega Lombarda. Romanticismo italiano, Futurismo, Neoliberty, Nuovo Realismo, e altrettante espressioni d’una cultura di avanguardia mantengono con la città lombarda legami chiave. San Siro, lo stadio del Milan A.C., una delle migliori squadre di calcio del mondo, è un santuario della città ambrosiana a pari merito con la Scala, e la santificata zona dove si svolgono le sfilate di haute couture due volte all’anno. Monza è vicina, tempio consacrato alla velocità e alla meccanica d’eccellenza. Sfavillio, spirito d’impresa, passione, furore. Milano, Urbs Maxima.
Milano o l’energia – un’energia che, tuttavia, manca in maniera evidente all’ambiente che circonda i Frigoriferi Milanesi, e che non sarebbe male ripristinare. L’architettura, per 5+1AA, può agire come terapia, fungere da sostegno. Il Lido, zona prescelta del Festival del Cinema di Venezia, ha forse visto la sua antica poesia sciogliersi al sole, tutto impiastrato com’è oggi di polverosa nostalgia? Il Nuovo Palazzo del Cinema concepito da 5+1AA (con l’architetto francese Rudy Ricciotti), in via di realizzazione, ripristina con forza il mito avventuroso, immaginario e onirico della Settima Arte: con la forma di carena di un vascello rovesciato, dall’aspetto monolitico, conferisce qui un effetto sorpresa e suscita la nostra eccitazione, rivitalizzando i luoghi come in una seconda giovinezza. In scala ridotta, il piccolo spazio espositivo in forma cubica che 5+1AA sistemarono nel 2004 a Casarza Ligure, funziona come un elemento di collegamento geografico e di sintesi. Fino a allora senza qualità, lo spazio urbano si scopre improvvisamente unificato dalla nuova costruzione, che qui ricrea un polo di attrazione e prospettive convergenti, liberando con la sua presenza questo insediamento dall’assenza d’identità. La ricostruzione residenziale di San Giuliano di Puglia, pensata da 5+1AA per questo paese pugliese che è stato annientato, nel 2005, da un terremoto mortale, rivela ancor più significativamente questa volontà di “prendersi cura”, di contribuire a riparare. La posta in gioco, per Alfonso Femia e Gianluca Peluffo, è elevata. In questo luogo segnato dalla disgrazia, come ridare confidenza nello spazio domestico, nella casa, nell’architettura – come allontanare la minaccia tellurica, in maniera concreta e nei pensieri? Le case che 5+1AA fa sorgere dalla terra, di una sobrietà rassicurante, non sono notevoli solo per le alte prestazioni antisismiche. Sono anche piene di pace. Le loro piante favoriscono un intimo ritiro. Quanto alla scelta cromatica delle facciate dipinte, è apertamente ispirata alle tranquille nature morte di Giorgio Morandi. Un realismo magico fatto di funzionalità, metafora e poesia.
Il programma di ristrutturazione dei Frigoriferi Milanesi, così come lo progetta 5+1AA, allo stesso modo intende dare un grande rilievo a una efficace riqualificazione locale. Prima necessità, dare nuovo impulso al dinamismo, alla vita, far uscire dal suo torpore il quartiere di via Piranesi. Necessaria iniezione d’adrenalina nel grande corpo convalescente del sito originario. Per confessione degli architetti stessi, il riferimento poco canonico che utilizzano per questo recupero in grande stile, gli deriva da Pulp Fiction, il famoso film di Quentin Tarantino. Una scena chiave, estrema, mostra l’attore John Travolta, con una mostruosa siringa in pugno, rianimare la sua partner femminile grazie a un colpo colossale in pieno cuore. Rendere architettonicamente leggibile questa metafora di vita restituita senza riguardi? È la missione cui è votata la lunga pelle rosso vivo, i pannelli riflettenti che 5+1AA fa installare sull’asse del muro nord dei Frigoriferi, che dà su via Piranesi: sessanta metri di lunghezza, una pannellatura che ricopre la totalità delle facciate su strada, un colore caldo e diabolico. Oltre a colorare e illuminare di notte lo spazio della circolazione, che ci guadagna in fluidità, questa pelle scarlatta ha un’altra vocazione: riflettere la facciata dei palazzi di fronte. Allo stesso tempo assorbe e riflette i dintorni più prossimi, e l’effetto speculare ottenuto “incide” la via, riverberandone il volume. Contro l’impressione di trinceramento, questa specchiatura caratterizza l’edificio dei Frigoriferi come un’isola creata per intrattenere un rapporto di reciprocità con il proprio quartiere. Strategia efficace di relooking. Come un nuovo arrivato, o qualcuno che si fa notare perché si ripresenta con una nuova bellezza, improvvisamente uscendo dall’anonimato.

Rigenerazione e politica
Per un’architettura emozionale, che ravvivi i sentimenti? Non solo. Anche per un’architettura politica. Un segno interessante: comincia, non appena viene tesa in via Piranesi la pelle rossa simile a specchio, la ripulitura delle facciate poste di fronte a questa. Si direbbe per non rimanere indietro. La bellezza è comunicativa, agisce come un flusso, e rivendica altra bellezza accanto a sé. Esse est percipi, “essere è essere percepiti”. Il famoso adagio di Berkeley, in questo caso, dev’essere preso alla lettera. È con il loro essere più visibili, suscitando attenzione, che la struttura di via Piranesi, i Frigoriferi ma anche i dintorni, portano un surplus vitale. L’estetica, superficie delle cose? Garantiamo che riguarda anche l’essenza dell’oggetto, il motivo della sua esistenza, la ragion d’essere e di apparire.
Architettura “politica”? Sì, se la si considera come atto di riabilitazione architettonica, qui forzata “sulla fiducia” come dicono i sociologi. Ci sono molti modi di costruire un palazzo in uno spazio in cui la vita è già strutturata.
1. Il modo più veloce, lo si impone per quello che è facendo valere la regola dell’autonomia. Trascrizione simbolica: l’indifferenza manifestata verso l’esistente, se non l’arroganza pura e semplice. 2. Il modo più facile, il mimetismo: si inserisce puramente e semplicemente nell’esistente una costruzione nuova ma simile in tutto e per tutto a quelle cui si aggiunge, senza nessun rischio. Trascrizione simbolica: sono importanti solo continuità e tradizione, nulla viene rimesso in discussione. 3. Il modo più complesso, che è anche il più rischioso, di cui 5+1AA ha fatto da sempre il suo cavallo di battaglia: si utilizza l’immobile come un agente sociale, lo si porta al rango di attore pubblico, di elemento vitale dell’organizzazione urbana. Trascrizione simbolica, in questa terza alternativa: l’architettura, lungi da essere un progetto d’oppressione o di normalizzazione, si presenta come elemento di civilitas, di vocazione sociale. È in questa forma che si posiziona tatticamente tra le esistenze, per renderle più vicine, meglio collegate le une alle altre.
Iniettare nuova vita, e che abbia valenza sociale, se possibile, sul sito dei Frigoriferi? In questo caso, il muro rosso che dà su via Piranesi funge come il richiamo dei cacciatori, una figura magnetica. Come prolungare gli effetti attrattivi? Una metafora di intensa vita ritrovata, certo. Ma le metafore, se niente le rende concretamente credibili, possono perdere velocemente intensità. Polo di interesse essenziale in mezzo a piste diverse, tra cui quella della circolazione, cui 5+1AA presto dedicano una riflessione serrata. Circolazione fisica: come ci si muove in via Piranesi? Cosa sollecita l’attenzione del passante? Come si entra nello spazio dei Frigoriferi? Ma anche circolazione visiva: come creare delle prospettive trasversali, una continuità ottica tra gli edifici di via Piranesi, di calibro haussmanniano, valorizzando la linea retta e l’insieme dei Frigoriferi, allo stesso tempo massiccio (Frigoriferi Milanesi) e circasso (Palazzo del Ghiaccio)?
Vigorosamente, la risposta di 5+1AA a questa massa di interrogativi prende la forma di un atto di rottura e di sottrazione – l’equivalente di un gigantesco colpo di cutter nella massa dei Frigoriferi che costeggiano via Piranesi. L’obiettivo ricercato? Rompere, spalancare le prospettive interrotte, materialmente come visivamente. Prima fase: al blocco di edifici dei Frigoriferi che fiancheggiano la strada lato nord viene sottratta una parte del volume, per una quindicina di metri e con l’altezza di un piano, al livello del terreno. Seconda fase: non appena liberata, la parte cava dell’edificio viene riempita con lo spazio vetrato di un inaspettato caffè-ristorante. Chiamato Open Care Café con riferimento alla sua luminosità e alla società che gestisce lo spazio, questo bar si affaccia sia sulla strada che sul cortile interno dei Frigoriferi. Opera di proposito come spazio di congiunzione. Caratterizzato da un arredo arioso e da una chiara luminosità interna, permette con un colpo d’occhio di scivolare otticamente dalla strada fino al cortile interno dei Frigoriferi, area verso la quale sembrano convergere, via e quartiere insieme, come prolungati da questo bar che viene attraversato fino a sbucare sulla corte interna dei Frigoriferi. Lo spazio pubblico proiettato nello spazio privato.

La continuità attraverso il dialogo
I Frigoriferi veri e propri, adesso. Con questa necessità assoluta, per 5+1AA: creare, partendo da un contesto diviso, una continuità spaziale capace di segnalare il carattere unitario dell’attività svolta dalla società Open Care. Per tagliare corto, sarebbe facile creare un unico blocco, coprire con uno stesso manto architettonico sia il Palazzo del Ghiaccio, che ricorda un circo stabile del XIX secolo, quanto i Frigoriferi Milanesi, decisamente segnati dalle loro origini concrete. Una stessa copertura per non vedere più le differenze ontologiche tra i due stabili. Ma non è questo il problema.
Si è parlato prima dell’importanza concettuale, per 5+1AA, del contesto. Rendere giustizia al contesto, in questo caso specifico, è accordare agli edifici ristrutturati il massimo della loro vita passata, detto in altre parole, non derubarli della loro storia. Alfonso Femia e Gianluca Peluffo, secondo logica, cercano di conservare così come sono i Frigoriferi, in primo luogo la zona sotterranea delle casseforti e il Palazzo del Ghiaccio. La struttura sotterranea del caveau con le casseforti è rinnovata, con un salone d’accoglienza e un’atmosfera di quiete e di ritiro che anima l’eleganza rarefatta della ristrutturazione realizzata da 5+1AA, inondata di luce e decorata con colori delicati. Spazio sotterraneo, appartenente alle profondità ancestrali, forse, ma comunque piacevole. Per il Palazzo del Ghiaccio, allo stesso modo, si evitano interventi spettacolari e le scelte fatte dagli architetti sono quelle che vanno in direzione di un abbellimento e di un aumento della produzione. Le principali modifiche, al Palazzo del Ghiaccio, sono di natura pratica: l’impermeabilizzazione per evitare le infiltrazioni nel sottosuolo del caveau, la posa di un impianto termico a pavimento con funzionamento reversibile (da – 3° a + 35° C), con funzione di riscaldamento o refrigerazione in caso di momentanea riattivazione dell’area di pattinaggio. Soppressione, soprattutto, dei tre quarti dei pilastri che sostenevano la costruzione originaria, operazione che ha obbligato a ricalcolare e modificare la struttura portante della volta. Più arioso e efficiente rispetto alle origini, ancora più conviviale che nel passato (un caffè-ristorante, il secondo negli spazi dei Frigoriferi, è stato posizionato sulla terrazza, tanto ampiamente aperto sulla strada quanto lo è l’Open Care Café vicino), il Palazzo del Ghiaccio ristrutturato conserva interamente tutto il suo storico stile. Il suo rinnovamento contenuto suggerisce una continuità e le sue attività ludiche non hanno nessuna intenzione di cambiare vocazione, per il momento: l’edificio è davvero spazio destinato al divertimento e alle manifestazioni dal vivo. La scelta dei colori voluti da 5+1AA per il nuovo Palazzo del Ghiaccio, a questo proposito, non è casuale. Il bianco domina gli spazi, dai palchi ai soffitti – la memoria del sito, quella degli svaghi invernali, del mondo delle nevi. Il rosso, più discreto, orna sottile i bordi delle finestre e qualche linea delle cornici – è il colore proprio dello spettacolo, quello, feticcio, dei tendaggi teatrali.
Far dialogare passato e presente? Non solo. La ristrutturazione deve anche far crescere. Ristrutturare, per 5+1AA, è prima di tutto ascoltare. L’edificio cui si rifà l’architettura è una parola, racconta una storia, invoca a suo modo – con i suoi resti, il suo Zeitgeist, questo spirito del tempo che gli appartenne – il diritto morale di conservare un’anima. Recuperare, poi, è anche intensificare. L’architetto incaricato di una ristrutturazione può scegliere la posizione pantofolaia del restauratore. Tuttavia il suo ruolo ne guadagna a farsi Lazzaro e volontario. Resuscitare i morti, sì. Farli galoppare dopandoli, anche.

Rivalutazione e sorpresa
La rigenerazione compiuta sul Palazzo del Ghiaccio trova il suo corrispondente nella ristrutturazione dell’edificio dei Frigoriferi Milanesi. Esteriormente questi cambiano molto poco, se non per il gioco di colori che tappezzano ora i loro muri, dove domina il nero. Una loggia con tribune è stata inserita nelle parti alte della facciata est, per colmare lo spazio tra le due torrette che lo delimitano, contenenti ciascuna, in origine, una scala che è stata mantenuta. Un lungo balcone rimasto isolato è stato sistemato sulla facciata sud, alla sua altezza. Si rilevano anche, all’esterno, alcune aperture nei muri, oltre a una scala in metallo dipinta di nero all’angolo nord-ovest del palazzo. Niente di stupefacente, dunque, per scelta. Nessun gesto pretenzioso, né mania per le facciate, che spesso rivela in un colpo solo tutto il gioco di falsa umiltà di alcuni nomi dell’architettura.
In maniera dichiarata, 5+1AA rifiuta l’ostentazione, l’architettura spettacolo. Alla retorica degli effetti speciali, che acceca, fiacca e adesca, i genovesi preferiscono l’efficacia e la poetica, diversamente generose in termini di relazione con il destinatario. Modulare un’architettura implica non perdere mai di vista la domanda del committente, il suo desiderio di una prestazione di qualità. Ma si sarà dunque per 5+1AA, poeticamente parlando, in un rapporto realmente inventivo ma anche altrettanto sensibile, se non immaginario. Assecondare la richiesta con la preoccupazione di un massimo di rendimento e efficacia, sì. Offrire sensazioni profonde, al di là della mera superficie e delle apparenze, anche.
La riorganizzazione interna dell’edificio dei Frigoriferi, di questa doppia declinazione di efficacia e di poetica, offre un esempio suggestivo, forte a un tempo di coerenza e di intrecci. In partenza un edificio pesante, chiuso e massiccio, quasi un bunker, come vuole la sua originaria funzione, molto concreta, di deposito. Primo atto della ristrutturazione di questo colosso di sessanta metri di lunghezza per trenta di larghezza: la sottrazione, di nuovo. Un quinto dell’edificio, sulla lunghezza, viene demolito. Con precauzione: non si parla di toccare le volte. L’operazione è pericolosa, e sarà condotta in via sperimentale e con successo da dei robot. Nell’enorme varco generato dal lavoro di smantellamento, gli architetti installano la gola della costruzione, il suo esofago – tradotto in termini funzionali, l’area d’accesso che serve a raggiungere le zone superiori. Lo spazio qui, per scelta, è incurvato. Largo al pian terreno, sviluppato al livello dei piani in una doppia corolla invertita, si restringe prima di allargarsi nuovamente mentre sale nella colonna cava a forma di gola. Due sobri ascensori di vetro si muovono con grazia lungo questo pozzo fuori misura – come repliche delle leggere capsule semoventi che popolano Il Quinto Elemento, fantascientifico film di Luc Besson. Il loro meccanismo, che sembra quello dei macchinari teatrali, è lasciato a vista. Così attrezzati e posizionati nella gola, questi ascensori danno a chi li utilizza l’impressione di risalire dalle viscere, sollevando con un solo movimento il passeggero venti metri più in alto, fino all’ultimo piano, livello dove si emerge come uno speleologo da un buco scuro. Sorpresa assoluta. Lo spazio, all’improvviso, è inondato d’una luce salvifica in contrasto con le ombre della gola, luminosità vaporosa, satinata piuttosto che abbacinante, non lontana dall’essere onirica. Vetri senza intelaiature visibili e spazio particolarmente arioso a questo livello sotto il tetto, che apre così lo sguardo a ampie prospettive, sia sull’interno del quarto piano open space, che sulla città visibile all’esterno, e sui suoi tetti posizionati poco più in basso. Una visione che può essere amplificata. È sufficiente andare sui balconi posizionati dagli architetti lungo il perimetro del piano, che ampliano l’edificio dei Frigoriferi Milanesi come fossero tante tribune, simile a un percorso da sentinelle o a un osservatorio.

L’accordo nascosto nel disaccordo
Nel suo film Prova d’Orchestra, Federico Fellini ci propone un amaro sogno d’anarchico. Un’orchestra alle prove – il direttore, i suoi musicisti. È il momento della sommossa. I suonatori si rivoltano contro il loro direttore, lo destituiscono, e ciascuno suona il proprio assolo con forza assertiva. Ottenuta la libertà? Sarebbe troppo bello. Non appena un paio di musicisti tentano un duetto, la disarmonia prevale rapidamente: non possono imporsi reciprocamente lo stesso ritmo, per suonare. L’orchestra, molto semplicemente, non funziona più, il sogno di libertà è tristemente naufragato. Considerata la disparità delle sue architetture, il sito dei Frigoriferi non è lontano dal fare la fine di questa orchestra raccontata da Fellini, senza un direttore – un’intesa impossibile tra le parti, di cui si sono elencate prima le differenze. Domande poste con insistenza agli architetti: come trovare un accordo? Come, metaforicamente parlando, riuscire a far suonare armoniosamente l’orchestra? È questo, insistiamo, pur volendo conservare per ogni elemento della struttura l’identità che gli appartiene, la propria individualità, il suo ruolo di interprete specifico?
La risposta di 5+1AA a questo rompicapo è quanto meno inaspettata, per lo meno nei confronti della logica semiotica. L’opzione adottata? Quella del contrappunto, accentuando il contrasto delle parti e rendendolo sistematico. Percorrere il perimetro dei Frigoriferi rivisitati dai 5+1AA, significa in effetti confrontarsi con un universo visibilmente in contrasto, spazio di tensioni sapientemente ricreate e mantenute durante la ristrutturazione, invece che rimosse. Per prima cosa il gioco dei colori. Al muro rosso di via Piranesi risponde il bianco dominante del Palazzo del Ghiaccio, immerso nel suo candore immacolato. Alla trasparenza dell’Open Care Café ribatte in maniera dirompente il nero onnipresente sulle pareti interne e esterne del palazzo dei Frigoriferi. Invece di coniugare visivamente le due costruzioni, questa contrapposizione ne accentua al contrario l’effetto a scacchiera, il simbolico faccia a faccia. Un altro esercizio di nette opposizioni, tra il levigato e il granuloso: da un lato, la lunga serie liscia dei pannelli rossi di via Piranesi, dall’altro una larga porzione di muro ricoperto di ceramiche fatte a mano, che alterna gobbe a cavità, realizzate dall’artista Danilo Trogu (vedi p. 213), che spesso ha collaborato alle produzioni di 5+1AA. Per finire, il concreto contrasto tra le superfici piene e le aree aperte, che spesso coesistono in maniera brutale. Una delle principali intuizioni della ristrutturazione, in particolare per quanto riguarda l’edificio dei Frigoriferi Milanesi, concepito in origine come una roccaforte, è la ricerca di una maggiore luminosità, in particolare per i piani superiori, che ora ospitano uffici (i primi due piani restano destinati ai depositi). Dove potrebbero essere dischiuse alla luce intere sezioni di pareti, 5+1AA si limita invece a ricavare piccole aperture, simili a feritoie o varchi a mezzaluna ricavati nell’arco delle volte superiori dell’edificio. Questa scelta esalta l’effetto di contrapposizione tra vuoto e pieno, anziché diminuirlo.
Gusto dichiarato per le opposizioni sfrontate. Che dirne? Semplificando, che la volontà degli architetti è di non forzare, di non imporre alla doppia struttura dei Frigoriferi, al termine della ristrutturazione, un’uniformità che in ogni caso non gli appartiene. In più, 5+1AA ricorre alla dialettica come a una strategia d’animazione proficua perché garantisce a chi osserva i nuovi Frigoriferi una sollecitazione visiva permanente. Nero-bianco, levigato-rugoso, chiuso-aperto… Quest’alternanza crea un dinamismo, un’eccitazione dello sguardo, dei sensi. L’armonia ricreata, in questo caso, è di natura paradossale. È la rottura che funge da legame, al posto della ricerca di un’aggregazione. L’orchestra rappresentata dall’insieme dei Frigoriferi, di colpo, produce non una cacofonia in senso stretto quanto piuttosto un’armonia decisamente contemporanea, che non sfrutta il registro monotono ma quello dei suoni in disaccordo, dell’elettrochoc. Metaforicamente, è come il richiamo in tre dimensioni delle Ionisations di Edgard Varèse. Una musica dalle molteplici energie liberate in simultanea, non necessariamente concordi tra loro, ma dove la distribuzione caotica degli elementi differenti delinea l’essenza di un contemporaneo reale.

Contributo a una storia di responsabilità
La ristrutturazione dei Frigoriferi – dalla concezione al risultato effettivo – ha il sapore della metamorfosi ragionata. Non si tratta di vaneggiare, di abbandonarsi alle sirene dell’esaltazione compulsiva. Non si parte dal nulla, come prima cosa. Come ricordano Alfonso Femia e Gianluca Peluffo, “Tutto qui esisteva già, una vera ricchezza, è stato solo necessario mettere in scena l’esistente creando una nuova relazione con lo spazio”. Si rispetta, quindi, quello che si deve rinnovare. Il sito dei Frigoriferi, nel tempo, è diventato un insieme di costruzioni- matrioska, con stratificazioni complesse, reti di circolazione tortuose, strutture inserite le une nelle altre. Se la ristrutturazione chiarisce con cognizione di causa questa situazione architettonica confusa, non ne annienta comunque l’assetto ereditato. Si tratta solamente di ricomporre l’insieme, di collegare i vari elementi, all’interno (i Frigoriferi propriamente detti), e rispetto al territorio circostante, in una prospettiva urbanistica (via Piranesi, il quartiere).
Una delle ossessioni di 5+1AA è la responsabilità. Dove la maggior parte degli architetti si dedica alla disperata ricerca di un discorso nuovo, finendo presto o tardi con l’impantanarsi nei vicoli ciechi della moda o in un’argomentazione contorta e insensata, Alfonso Femia e Gianluca Peluffo amano dire di loro stessi che non hanno ancora trovato un linguaggio che gli sia proprio “per la mancanza di volontà nel ricercarlo”. C’è in questo disinteresse per l’unicità una ragione semplice, sulla quale 5+1AA non smette di insistere, senza difficoltà: l’architetto deve prima di tutto essere un attore responsabile. Se la responsabilità implica di non gettarsi a casaccio nel lavoro, impone anche di renderlo una formula di ascolto del reale, con lo scopo di migliorare la qualità della vita e valorizzarne l’aspetto sociale. Esattamente quello che incarnano, restituiti alla città di Milano come un nuovo simbolo della sua civiltà, della sua energia e della sua storia, gli spazi dei nuovi Frigoriferi.

 

note | premio internazionale “Il Colore: Materia per l’architettura”: progetto vincitore | prix international « La couleur : matière pour l’architecture » : projet lauréat | international prize “The color: architectonical material”: winning design
Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2009, segnalazione

I temi del progetto sono l’arte e i tesori. I Frigoriferi Milanesi si affacciano su via Piranesi, area Porta Vittoria, attraverso l’Edificio Stecca – basso, lungo, rosso brillante – che, come una grande freccia, indica l’ingresso al comparto e diventa elemento di comunicazione delle attività che si svolgono all’interno dell’area. l’Open Care Café, situato nel basamento della Stecca, diventa così soglia di un altro mondo. Il progetto ha visto la trasformazione dei monolitici Frigoriferi Milanesi (una fabbrica del ghiaccio del 1899) e del Palazzo del Ghiaccio (1923) in spazi polifunzionali: il nuovo sistema distributivo ruota attorno una cavità a Gola che contiene gli ascensori. L’Open Care Caveau è il luogo più affascinante del complesso, sospeso tra le rampe di accesso nere, il bianco del foyer ed il dedalo di corridoi e celle preziosi.

Due grandi edifici che erano industriali e fuori scala, raggiunti, nel tempo, dalla città, dal Centro.
Introversione ed estroversione, nella città. Il riscatto della bruttezza, degli edifici grigi e rifiutati. Il rosso e il nero. Il colore e la riflessione, la luce e il buio. Pochi segni, quasi grafici, circondati dall’inchiostro. Un cuore nascosto e luminoso, sottoterra. Poi, il bianco totale e la decorazione. Per un po’ di tenerezza dopo la violenza del riscatto del grigio.

Via Piranesi è una strada che si contraddistingue per avere fronti lunghi e compatti, uno prevalentemente “produttivo” da un lato ed uno “residenziale” dall’altro. Il comparto dei Frigoriferi Milanesi si affaccia su questa via con un edificio a “stecca”: basso, lungo, banale e sordo ma che ha un ruolo di piano primo rispetto alle due presenze importanti al di là della linea. Grazie al suo sviluppo di circa 100m gioca prospetticamente e come una grande freccia indica l’ingresso al comparto e diventa elemento di comunicazione “Plug Building” delle attività che si svolgono all’interno dell’area.
La banalità e la mancanza di carattere dell’edificio basso e lungo viene enfatizzato da due semplici operazioni: la “bagnatura” del lingotto grigio in un bagno neropetrolio, un blob che investe tutto muri, serramenti, profili, cercando di annullare tutto ciò che potrebbe costituire ragionamento architettonico ed elevando il volume a buco nero da cui venire risucchiati; e la sovrapposizione di una nuova “pelle-pellicola”, di vetro, lucida, che gioca cromaticamente con la monotona geometria del prospetto sottostante, che scontorna il volume rendendolo bidimensionale e crea un “effetto notte”.

Il Palazzo del Ghiaccio è stato costruito nel 1923. Nel 1957 ha ospitato il primo festival italiano del Rock and Roll.
Il progetto prevede la trasformazione dell’ampio spazio sotto la copertura in acciaio in uno spazio polivalente per accogliere eventi e manifestazioni. Gli interventi si concentrano sui due volumi addossati al palazzo: foyer, bar e ristorante, spazi espositivi sono concepiti come gallerie che si affacciano sul suggestivo spazio centrale.

Il progetto per il recupero del Palazzo dei Frigoriferi, costruito nel 1899 in prossimità dello scalo ferroviario di Porta Vittoria e originariamente adibito a deposito di derrate alimentari e fabbrica del ghiaccio, ridisegna l’ultimo piano del palazzo recuperando il sistema a volte della copertura e allestendo al suo interno uno spazio di rappresentanza aperto al pubblico. Il nuovo sistema distributivo si struttura intorno ad una “gola” che ospita il vano ascensori all’interno del volume e ridisegna il prospetto su Porta Vittoria con un sistema di scale che dal piano parcheggio portano all’ultimo.

 

17 Responses to 5+1AA Agenzia di Architettura

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